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Football & Brexit: cosa cambierà per i calciatori della Premier League?

L’esito del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea ci costringe a ripensare al ruolo di Londra in Europa, sia – com’è giusto – dal punto di vista politico, che – meno scontato ma ugualmente importante, se non altro per l’economia – da quello sportivo.

Dopo aver esaminato il fenomeno da una prospettiva squisitamente economica, è interessante ora soffermarsi sulle conseguenze pratiche sia per i calciatori britannici – che saranno considerati a tutti gli effetti “extracomunitari” per i club del continente – sia per gli atleti “europei” che giocano (o che sono in procinto di trasferirsi) in Gran Bretagna.

Va considerato, anzitutto, che poco prima del referendum i venti club di Premier League si erano schierati in massa per la permanenza in UE.
Tale scelta era stata dettata da motivi economici, dal momento che gli ingenti introiti delle società iscritte alla massima serie inglese dipendono anche dalla cessione dei diritti televisivi, resa più semplice dal diritto alla libera circolazione delle merci e dei servizi garantito ai membri dell’Unione Europea.
Senza contare i rischi di svalutazione della sterlina, a tutto svantaggio dei club, il cui potere d’acquisto potrebbe ridimensionarsi in un prossimo futuro.
Insomma, per gli investitori di tutto il mondo potrebbe essere un po’ meno conveniente, da domani, investire in terra d’Albione, non foss’altro per le scosse di assestamento che potrebbero arrivare da qui a poco nel calcio d’oltermanica, che, intendiamoci, resta comunque estremamente competitivo a livello di club.
Per ciò che concerne i giocatori, è opportuno premettere che fino ad una settimana fa ai club britannici era permesso acquistare calciatori con passaporto europeo, in ragione del principio di libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione Europea, sancito dall’art. 45 del TFUE.

In virtù dell’esito referendario, tale principio non sarà più applicabile in Premier League, a meno che la Gran Bretagna non rinnovi i suoi accordi con l’Unione Europea, il che, ad onor del vero, resta l’ipotesi più probabile.
Ma esiste anche un altro tipo di scenario, molto diverso e decisamente peggiore per tutto il movimento sportivo inglese, ossia quello secondo il quale tutti i calciatori non britannici dovranno ottenere un permesso di lavoro per rimanere a giocare in Gran Bretagna, non potendo più usufruire della principio della libera circolazione.

Se così fosse, si andrebbe a verificare uno sconvolgimento epocale dal punto di vista giuridico e regolamentare: basti pensare che due terzi dei giocatori che militano in Premier League sono stranieri, due terzi dei quali, rebus sic stantibus, non avrebbero il permesso di lavoro e sarebbero così costretti a cambiare casacca, magari ad una valutazione nettamente inferiore all’odierno prezzo di mercato.
Un’autentica beffa per il calcio inglese, che, per rendersi ancora più competitivo, aveva eliminato ogni limite d’ingaggio per i giocatori stranieri in Premier League.
Adesso si rimescolano le carte, con la speranza che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sia meno traumatica a livello sportivo di quello che potrebbe dover essere in ambito politico.

Avv. Carlo Rombolà





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