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Salire sul ring con i social media: quello che la boxe italiana può imparare dall’MMA

Qualche anno fa, nel momento in cui era piuttosto condivisa l'idea che gli sport da combattimento fossero in declino in termini di pubblico e di esposizione mediatica, è esploso il fenomeno MMA -Martial Mixed Arts- cambiando le carte in tavola. Protagonista di questa crescita di popolarità è stata la UFC -Ultimate Fight Champioship- organizzazione statunitense di proprietà della Zuffa LLC, abile società di promozione sportiva che ha creato un caso da antologia di marketing. Due parole sull’UFC: da perfetti sconosciuti a nicchia dalle proporzioni globali in pochi anni, con un giro d’affari milionario, un profilo Facebook che conta oltre 17 milioni di like e quello Twitter che supera i 2,5 milioni di follower. Ma non è soltanto una questione di numeri a sei zeri. E' invece interessante notare l'engagement che viene generato da tutto il sistema web UFC, perchè gli utenti sono molto attivi. Durante gli incontri twittano e postano commenti, seguono gli atleti al di fuori del ring, vanno sui canali social e condividono i contenuti. Praticamente, il sogno di qualunque social media manager.

La regola televisiva del “trasmetto solo quello che la gente vuole vedere” è stata quindi stravolta, facendo crescere di rilevanza mediatica uno sport poco conosciuto e portando alla notorietà i suoi protagonisti, come ad esempio è avvenuto in Italia con Alessio Sakara.

Molto diverse sono le condizioni in cui si trova la boxe in Italia. L'epoca d'oro sembra ormai sepolta nel passato e la figura del pugile professionista è confinata ai margini delle cronache sportive. Il pugilato sembra vivere brevi momenti di gloria soltanto in modo indiretto, come ad esempio in occasione di eventi più ampi come le Olimpiadi, e soprattutto quasi sempre attraverso atleti che scelgono la carriera dilettantistica.
La copertura televisiva e giornalistica di match professionistici è spesso molto limitata e anche pugili italiani di indubbio valore faticano a ottenere riconoscibilità, nonostante risultati di eccellenza.

Dunque, quale può essere il futuro mediatico della boxe in Italia? Tanto per ribadire come non siano i risultati sportivi in sé a catturare l'attenzione del pubblico, a titolo di esempio, basta scorrere la straordinaria carriera di Simona Galassi, un'icona della boxe eppure “invisibile” a confronto di altre atlete. Quindi, ben vengano canali come Deejay Tv che trasmettono e commentano ottimamente la boxe ogni sabato, ma la strada del rilancio può iniziare solo con un cambio di passo nelle strategie per promuovere il movimento, gli incontri e i pugili.

L’UFC e l’uso strategico che fanno delle nuove tecnologie può essere una fonte di ispirazione per valorizzare il pugilato come disciplina e, soprattutto, dare identità agli atleti che salgono sul ring. Il pugile può essere visto come un “personaggio”, nel senso di portatore di una storia e di valori precisi. Dagli Stati Uniti arriva un caso che andrebbe studiato con molta attenzione e di cui ho già parlato su SportBusinessManagement.it: Floyd Maywheather, maestro assoluto nel personal branding online e nello sport business. Un pugile che ha saputo costruirsi un personaggio e alimentare la sua popolarità gestendo in modo magistrale la sua presenza sui social media e i rapporti con la stampa. Stiamo parlando di un campione eccezionale, e sarebbe insensato dire il contrario, ma che ha costruito il suo impero economico soprattutto recitando la parte del bad boy ricco e strafottente, odiato e ammirato per il suo stile di vita. Il risultato è che ogni suo incontro è un successo al botteghino e in tv, un meccanismo che ha funzionato anche nel suo ultimo match disputato prima dell'annunciato ritiro. Arena affollata, sponsor in fila, pay tv a 70 dollari, borsa da oltre 30 milioni di dollari, nonostante fosse scontata la vittoria contro un avversario come André Berto, buttato sul ring solo per permettere a Mayweather di fare statistica e raggiungere lo storico record di Rocky Marciano.

Ai pugili italiani non servono la teatralità e gli eccessi di Maywheater, né le rivalità costruite ad arte con scambi infuocati sui social media. Il punto, invece, è la necessità di valorizzarsi e di costruirsi un'identità online che coinvolga i propri fan e li trasformi in un acceleratore straordinario nel successo promozionale di un match. Manager e promoter dovrebbero passare più tempo online, perché le opportunità esistono e non si esauriscono con Facebook e Twitter. YouTube e Instagram, ad esempio, possono mostrare un volto nuovo del pugilato con la forza di video e di immagini di qualità.

La boxe italiana ha bisogno di farsi riscoprire, uscendo dai palazzetti di provincia e dalla cerchia ristretta di appassionati, e i social media possono raccontare come la "nobile arte" può ispirare positivamente le persone.

Alessandro Milani
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