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Gestione degli impianti sportivi: fallimento del modello italiano

Tesi di Laurea di Andrea Masini
Titolo "Stato di salute del calcio: analisi comparativa dei maggiori campionati europei"
Anno accademico: 2013/14
Capitolo 4. Gestione degli impianti sportivi: fallimento del modello italiano

Per poter capire più a fondo come la gestione degli stadi applicata in Italia sia superata e poco proficua è utile analizzare la distinzione (fatta da Michele Uva in molti suoi interventi in convegni e opere) tra lo stadio-costo e lo stadio-ricavo. Il primo identifica un modello di stadio che si caratterizza per: proprietà totalmente pubblica e conseguente costo di locazione a carico della società; struttura non pensata specificamente per il calcio; basso livello di sicurezza, di appeal, di comfort e di servizi offerti; gestione del manto erboso non adeguata; collocazione tipo "cattedrale nel deserto" e assenza di infrastrutture; esclusivo utilizzo dell'impianto nel giorno del match.

Al contrario uno stadio-ricavo presenta le seguenti caratteristiche: proprietà quasi sempre privata (o mista); è moderno e ricco di servizi; è polifunzionale e non è usato solo per le partite di calcio; è ideato per viverlo sette giorni alla settimana; genera ricavi non solo grazie agli ingressi nei giorni delle partite.

Da quanto appena esaminato si può facilmente comprendere come lo stadio-costo rappresenta quella che è la situazione in Italia. Infatti gli stadi italiani sono generalmente di proprietà dei Comuni e sono ceduti in locazione ai club in cambio di costi elevati (costi inadeguati per degli impianti costruiti per la maggior parte nel periodo tra le due guerre mondiali e che solo parzialmente hanno avuto dei rinnovamenti negli anni successivi). Generalmente poi non sono stati ideati appositamente per il calcio tant'è che molti presentano la pista d'atletica che, insieme a misure di sicurezza come le barriere tra campo e tribune, riducono la visibilità. 
Inoltre il livello di comfort è scarso visto che tanti stadi non sono dotati di una copertura e spesso gli spettatori devono accontentarsi di sedersi su gradinate di cemento senza seggiolini. Infine le vere note dolenti nel modello italiano sono la collocazione "cattedrale nel deserto" e l'utilizzo esclusivo nel giorno della partita. 

Per quanto riguarda il primo aspetto si può dire che una buona parte degli stadi italiani sono stati costruiti in zone periferiche e poco vive delle città con il risultato di aver reso quelle zone ancora più deserte e che vivono solo il giorno della partita per poche ore; mentre gli stadi che sono stati eretti nei centri delle città hanno per lo più provocato disagi a causa di pochi e non efficienti servizi di trasporto pubblico e congestionatura del traffico. Eppure nel resto dell'Europa ci sono esempi di club e stadi che sono riusciti a migliorare la vita nelle metropoli, per esempio l'Ajax ad Amsterdam, con la costruzione della sua Amsterdam Arena nei pressi di uno dei quartieri più malfamati, ha trasformato tale zona riducendo la delinquenza e l'ha resa un polo attrattivo per cittadini, businessman e turisti sette giorni alla settimana; oppure il Camp Nou a Barcellona ha reso la cittadella sportiva una delle attrazioni turistiche più visitate della città; o ancora Londra, che con le sue 13 squadre, non ha problemi di traffico nei giorni delle partite grazie all'efficiente servizio di trasporto svolto dalla metropolitana.

In riferimento al secondo invece bisogna dire che gli stadi italiani prendono vita quasi esclusivamente i giorni delle partite; infatti, escludendo quei pochi giorni all'anno nei quali essi ospitano qualche concerto, sono pochi gli impianti predisposti all'organizzazione di altri eventi, che hanno sale conferenze, negozi, ristoranti o sale giochi per intrattenere, che hanno il museo del club o che consentono il tour dello stadio. E' curioso poi notare un singolare aspetto: la maggior parte dei tifosi italiani, nel giorno della partita, è solita arrivare allo stadio con qualche ora di anticipo e prendere posto sugli spalti senza sapere come ingannare l'attesa fino al fischio d'inizio a causa della mancanza di attività d'intrattenimento connesse; all'estero invece i tifosi sono abituati a vivere lo stadio prima del match grazie ai servizi che esso offre, occupando poi il proprio posto soltanto qualche minuto prima dell'inizio della gara.

Fino adesso (sperando ancora per poco) l'unico stadio italiano che non corrisponde a queste peculiarità, ma anzi rispecchia le caratteristiche dello stadio-ricavo è lo Juventus Stadium. Esso è stato inaugurato nel 2011 dopo che la Juventus ha portato a termine il progetto (partito negli anni '90) di costruirsi una casa propria, garantisce introiti non solo con i suoi 41000 posti totalmente coperti ed occupati con una percentuale del 95%, ma anche grazie ad aree riservate alle aziende, ad aree hospitality per i tifosi, ad aree commerciali comprendenti gli store ufficiali della squadra, al museo e al tour dello stadio, senza contare inoltre che esso è uno stadio polifunzionale che può tranquillamente ospitare altri eventi non legati al calcio. Infine si deve notare che la Juventus ancora non sta sfruttando i possibili ricavi derivanti dai naming rights dell'impianto, anche se questi per i primi 12 anni dall'inaugurazione sono riservati a SportFive, la quale in cambio del diritto di cercare possibili sponsor da associare (nel 2013 in questo senso c'erano stati dei contatti con Samsung) ha finanziato la costruzione dello stadio stesso per una cifra di 75 milioni di euro.

Gli altri club italiani per ora non hanno ancora realizzato i loro nuovi impianti sportivi, qualcuno ha già presentato il progetto del nuovo stadio, ma attualmente le società che hanno fatto più passi concreti sono l'Udinese e il Sassuolo. La prima ha deciso non di costruire un nuovo stadio, ma di modernizzare quello già esistente; tramite un'asta pubblica ed un lungo iter burocratico ha acquisito i diritti di superficie (dove sorge lo stadio) dal Comune per 99 anni ed entro la fine del 2014 si impegna a modificarlo con interventi di copertura totale degli spalti, eliminazione della pista di atletica, ecc. Tuttavia si deve far notare che l'Udinese per finanziare il progetto non potrà ricorrere alla cessione dei naming rights, infatti il bando del Comune prevedeva che la concessione del diritto di superficie può avvenire solo se l'impianto mantiene l'attuale denominazione (Stadio Friuli).

Anche il Sassuolo non ha optato per la costruzione di un nuovo impianto sportivo, ma addirittura il suo proprietario Squinzi tramite la sua società Mapei ha acquistato lo stadio di Reggio Emilia a 26 km di distanza. Questa è una situazione particolare considerando che questo impianto (in precedenza già Stadio del Giglio) è stato il primo stadio italiano proprietà di un club (la Reggiana) e che ha ceduto i naming rights, tuttavia dopo che la Reggiana è fallita è passato in mano all'amministrazione comunale, la quale lo ha messo all'asta e nel dicembre 2013 i due club (Reggiana e Sassuolo) se lo sono conteso, con Mapei che alla fine se l'è aggiudicato. Nonostante tutto ciò anche nella prossima stagione lo stadio sarà condiviso da entrambi i club.
Negli altri maggiori campionati europei si hanno delle situazioni completamente diverse nonostante siano presenti delle notevoli differenze tra paese e paese e anche tra club dello stesso campionato.

In Spagna, per esempio, tutte le società hanno la consapevolezza che lo stadio, piccolo o grande a seconda della realtà locale, sia di fondamentale importanza per la sopravvivenza dei club tant'è che la proprietà degli impianti è generalmente di quest'ultimi. Nonostante il problema dello stadio venga affrontato con colpevole ritardo anche in Spagna, tutti i club stanno cercando di dotarsi di impianti sportivi all'avanguardia, anche Real Madrid e Barcelona, i quali possono già vantare stadi di élite che forniscono ogni genere di servizio.
Ovviamente i due top club spagnoli vogliono perfezionare ancora di più i loro impianti già esistenti; il Barcelona ad esempio vuole aumentare la capacità dei posti, costruire una copertura totale degli spalti e ampliare la zona commerciale integrata della cittadella; il Real Madrid poi, oltre all'aumento dei posti disponibili e all'installazione di un tetto retrattile, ha intenzione di collegare il suo impianto ad un hotel di lusso e ad un centro commerciale.

Non da meno sono le altre società come l'Atletico Madrid che recentemente ha presentato il progetto per il nuovo stadio da 74000 posti sponsorizzato e finanziato da Etihad Airways grazie alla cessione dei naming rights per una cifra vicina a 215 milioni di euro, o come l'Athletic Bilbao che sta ultimando i lavori del nuovo San Mames, o ancora come l'Espanyol che con soli 55 milioni ha costruito il suo nuovo stadio all'avanguardia (uno dei primi impianti a sfruttare l'energia fotovoltaica, possiede un centro commerciale al suo interno e addirittura il cimitero per i soci del club) da 40000 posti. Tuttavia sono presenti anche esempi di società che sono finite sull'orlo del fallimento per costruire impianti faraonici o troppo ambiziosi rispetto alle dimensioni del club; il caso più eclatante è sicuramente quello del Valencia: nel 2006 fu presentato il progetto per il Nou Mestalla, stadio avveniristico sia nella struttura (capacità di 75000 posti a sedere, copertura completa dello stadio, facciata in alluminio e led luminosi) che per i servizi dedicati ai tifosi (centro commerciale, museo, tour dello stadio) e al generale intrattenimento (cinema, sale giochi e piste da bowling all'interno dello stadio), per una cifra complessiva che si aggirava intorno ai 250-300 milioni di euro (cifra che doveva essere finanziata in parte dalle banche e in parte dalla vendita del vecchio impianto). Nonostante i lavori partirono regolarmente, nel 2009 si bloccarono a causa dei problemi finanziari incontrati dal club (favoriti anche dall'incapacità di vendere il vecchio stadio), il debito creato da questo progetto ha generato una debolezza societaria tale da far cambiare ben 5 presidenti in 5 anni. La vicenda si è conclusa in questi giorni con il club indebolito, dall'incapacità di ripagare il debito contratto, a tal punto da essere acquisito dal magnate Peter Lim, il quale si impegnerà a ridurre il debito grazie anche alla revisione del progetto stadio (il nuovo progetto infatti prevede un risparmio di 60 milioni). Infine una peculiarità che riguarda gli impianti sportivi spagnoli è lo scarso ricorso alla cessione dei naming rights, infatti i casi sono pochissimi (il già ricordato Atletico Madrid, poi l'Osasuna con il suo Estadio Reyno de Navarra e infine il Maiorca con il suo Iberostar Estadi), tuttavia l'esborso richiesto per la modernizzazione di questi stadi sta facendo vacillare molti club a cedere la propria storia e identità.

Per quanto riguarda la Francia, anche qui si ha una presa di coscienza molto tardiva sulla questione stadi, infatti molti di questi si presentano come strutture vecchie, spesso con solo le gradinate, quasi sempre con una copertura assente o solo parziale, senza poi i servizi dedicati ai tifosi; le strutture assimilabili a stadi-ricavi sono poche e tra queste si trova il Parc des Princes del PSG. Si deve poi considerare che la maggior parte degli impianti sono di proprietà pubblica e non delle società calcistiche francesi. Tuttavia, grazie al volano degli Europei del 2016, il governo francese ha stanziato fondi per il rifacimento di molti stadi come lo Stade Velodrome di Marsiglia (capacità aumentata, nuovi seggiolini più confortevoli e una totale copertura dello stadio per un costo di 270 milioni di euro), lo Stade Geoffroy-Guichard di Saint-Etienne (anche qui capacità aumentata, copertura degli angoli dello stadio e nuove aree hospitality per i tifosi per un costo di 60 milioni), lo Stade Municipal di Tolosa (aggiornamento degli standard tecnici e di sicurezza per un costo di 37 milioni) e il già citato Parc des Princeps di Parigi. Inoltre altri club, proprio per Euro2016, hanno deciso di dotarsi di uno stadio proprio come l'Olympique Lione che lascerà il vecchio impianto per dotarsi del moderno Stade des Lumieres (primo stadio privato di un club in Francia, costato 400 milioni), come il Bordeaux che si doterà di un nuovo impianto (dal design futuristico con la copertura sostenuta da sottili montanti) finanziato sia da fondi statali che dai ricavi dalla cessione dei naming rights, o come ancora il Nizza e il Lille dove il primo avrà uno stadio sponsorizzato dal colosso Allianz e con al suo interno il museo del calcio francese e il secondo invece avrà il primo stadio transalpino con copertura retrattile.

Infine si deve notare come le municipalità francesi stanno pensando sempre più di cedere gli impianti pubblici ai club (come il caso del PSG che più volte ha manifestato l'intenzione di acquistare l'impianto e di cedere i naming rigths) poiché la loro gestione inizia a pesare anche sulle loro casse statali.
Si arriva infine ai due paesi che per primi e meglio degli altri (anche se con modalità diverse tra
loro) hanno innovato i loro stadi e la loro gestione: Inghilterra e Germania.
Iniziando dal paese britannico si può notare come la situazione degli stadi ha trovato un punto di svolta tramite due eventi chiave: il primo è la strage di Hillsborough, avvenuta il 15 aprile 1989, dove 96 tifosi del Liverpool decedettero per soffocamento e schiacciamento a causa di scarsa sicurezza degli spalti e delle vie di fuga e, soprattutto, di disorganizzazione; il secondo è la nascita della Premier League, avvenuta il 27 maggio 1992, ad opera dei 22 club che fino a quel momento militavano nella first division per ottenere una miglior commercializzazione dei diritti televisivi.

Perciò questi due avvenimenti hanno portato le istituzioni, le leghe e i club a ripensare totalmente gli impianti; è stata migliorata la sicurezza negli stadi con vie d'accesso più sicure, con l'obbligo che ciascun posto sia a sedere e numerato, con telecamere per il controllo degli spalti e steward pronti a risolvere le situazioni più scomode; per far tornare le famiglie negli stadi e renderli dei luoghi di divertimento (e di conseguenza rendere il prodotto Premier League più appetibile) sono state effettuate opere come l'eliminazione delle barriere tra spalti e campo oppure ancora l'introduzione di bar, ristoranti e negozi all'interno di essi.

E' così che in Inghilterra, da oltre 20 anni, i club, in quanto nella grande maggioranza dei casi proprietari degli impianti (o al più co-proprietari), hanno intrapreso quel processo continuo di modernizzazione degli stadi stessi. Senza contare poi che gli inglesi sono stati i primi a capire che lo stadio è un'importante fonte di ricavi, è così arrivata la segmentazione del ticketing con poltroncine premium e con skyboxes riservate all'utenza business, sono arrivati ulteriori servizi per incrementare e migliorare la permanenza all'interno di esso come i musei, i tour degli stadi (eccezionale è quello dell'Emirates Stadium, dove una volta al giorno un ex calciatore dell'Arsenal fa da guida ai visitatori), le aree hospitality e le aree giochi per bambini. In più gli stadi inglesi riescono a vivere sette giorni alla settimana non solo grazie al calcio, ma anche grazie all'organizzazione di altri eventi come concerti, mostre, conferenze, pranzi di lavoro per le aziende o addirittura feste per bambini (in diversi stadi inglesi per esempio sono organizzate grandi feste per il giorno di Halloween).
 
In Inghilterra, poi, le società considerano gli stadi parte integrante della propria tradizione ed è per questo che esse hanno sempre cercato di intervenire con il fine di ristrutturare gli impianti storici (basti pensare allo Stamford Bridge del Chelsea o all'Old Trafford del Manchester United), mentre l'opzione di costruire un nuovo stadio è sempre subordinata al fatto che è impossibile sviluppare ulteriormente il vecchio impianto e qui si possono trovare gli esempi dell'Arsenal (che nel 2006 ha trasferito la propria casa dallo storico Higbury al moderno Emirates Stadium) o del Manchester City (che nel 2004 ha traslocato dal secolare Maine Road al nuovo Etihad Stadium) o ancora di squadre di più modeste dimensioni come il West Ham, il Tottenham o l'Everton (il primo a breve traslocherà nello Stadio Olimpico usato nelle Olimpiadi del 2012, mentre i secondi hanno già manifestato l'intenzione di costruire dei nuovi impianti perché i vecchi White Hart Lane e Goodison Park non
permettono un'ulteriore espansione).

Infine è curioso notare la gestione dei naming rights: infatti nella Premier League i club che attualmente hanno ceduto questi diritti sono 3, di cui solo due sono grandi società come Arsenal (che li ha ceduti alla Fly Emirates) e Manchester City (all'Etihad Airways), mentre la terza è l'Hull City (anche se in questo caso a cedere i diritti è stato il Consiglio della città proprietario dello stadio); tuttavia nelle serie inferiori il numero degli stadi sponsorizzati aumenta (anche se non in modo sproporzionato) e sono soprattutto piccoli club che per progettare nuovi impianti cedono tali diritti al fine di reperire i finanziamenti necessari alla loro costruzione, gli esempi più importanti sono il Brighton con l'Amex Arena, il Coventry City con la Ricoh Arena o il Bolton con il Macron Stadium (già Reebok Stadium).
 
Per quanto riguarda la Germania, come si diceva, anch'essa presenta un'impiantistica all'avanguardia e invidiabile, tuttavia il suo sviluppo parte da presupposti causali e temporali diversi da quelli inglesi.
Infatti in Germania, dopo che i maggiori club (Bayern Monaco, Borussia Dortmund, Werder Brema e Schalke 04) negli anni '90 e primi anni '00 avevano conquistato diversi successi nelle competizioni europee, c'è stato un decennio di non esaltanti risultati sportivi; ciò è avvenuto a causa della lungimirante (oggi lo si può affermare) visione delle società tedesche: esse difatti, in un periodo dove la globalizzazione mondiale del calcio generava ancor più introiti, hanno investito invece che in costosissimi giocatori, in nuovi moderni impianti per assicurarsi una solida base da cui poter ricavare entrate future. A tale ottica si è aggiunto poi l'incentivo di ospitare i Mondiali 2006, evento che ha convinto molti club (anche quelli più piccoli) ad investire per dotarsi di uno stadio-ricavo.

I risultati di tali investimenti oggi sono degli stadi di ultima generazione pensati appositamente per i tifosi, per le famiglie, per i bambini, per le aziende, per il territorio e per la comunità locale.
Innanzitutto gli stadi sono quasi esclusivamente di proprietà dei club, raramente appartengono ad altri soggetti, pubblici o privati che siano (alcuni esempi sono i casi della Volkswagen-Arena, della BayArena o dell'Olympiastadion), e ancor più raramente sono proprietà di più di un club (fino al 2010 l'Allianz Arena era di proprietà di una società detenuta con quote paritarie del Bayern e del Monaco 1860, poi quest'ultimo ha ceduto la sua quota al primo a causa dei problemi finanziari). 

Altra caratteristica comune a tutti gli impianti tedeschi è che essi hanno gli spalti coperti, alcuni poi sono delle vere e proprie meraviglie architettoniche e tecnologiche come ad esempio la Veltins- Arena di Gelsenkirchen, la quale possiede un tetto retrattile che non permette così alle condizioni meteorologiche di influenzare le partite, oppure l'Allianz Arena con i suoi pannelli che si colorano in base alla squadra che sta giocando o ancora la Volkswagen-Arena con il rivestimento esterno in vetro.

Inoltre gli stadi tedeschi sono veramente orientati a coinvolgere i tifosi e le famiglie e questo lo si può vedere dal fatto che in ogni impianto sono presenti settori dove ci sono solo posti in piedi ad un prezzo contenuto (per quei tifosi che hanno una minor capacità di spesa, ma così possono comunque permettersi di andare allo stadio) oppure settori dove 4 biglietti (2 adulti più 2 bambini) vengono venduti al prezzo di uno.
E' fantastico vedere poi come lo stadio sia un mezzo per promuovere politiche sociali, per esempio in molti stadi i supporters possono offrirsi volontari nel fare la cronaca delle partite ai tifosi non vedenti nelle apposite postazioni, oppure, come succede nella Benteler Arena di Paderborn (stadio di soli 15 mila posti e costata 11 milioni di euro), con il programma Kids Club ci sono settori riservati esclusivamente ai piccoli tifosi sotto ai 14 anni.
Analizzando in seguito l'aspetto della polifunzionalità degli stadi e della vita sette giorni alla settimana, si vede come anche in questo caso i tedeschi si siano dati da fare in modo diverso rispetto al resto d'Europa: molti club nei propri stadi, per esempio il Borussia Dortmund nel suo Signal Iduna Park, organizzano nei giorni della settimana corsi di doposcuola per ragazzi e bambini con programmi educativi sull'alimentazione, l'informatica o la lettura; durante la lunga pausa invernale poi gli stadi vengono spesso riconvertiti in palaghiacci, come la Veltins-Arena, per partite di hockey o gare di pattinaggio, oppure in palazzetti dello sport dove si svolgono persino esibizioni di motocross.

Ultima nota da sottolineare è la questione dei naming rights per gli stadi tedeschi. Al contrario di quello che succede in Spagna o Inghilterra, qui la cessione dei diritti sul nome è un fatto normale tant'è che, nella stagione appena trascorsa di Bundesliga, sono appena 4 gli stadi non sponsorizzati da un'azienda (Weserstadion di Brema, Olympiastadion di Berlino, Eintracht-Stadion di Braunschweig e Borussia-Park di Monchengladbach), mentre tutti gli altri impianti portano in dote ai propri club notevoli ricavi (i contratti migliori sono quelli dell'Allianz Arena, poco più di 6 milioni di euro all'anno fino al 2018, e del Signal Iduna Park, 5 milioni annuali fino al 2016).

Andrea Masini 
andreamaso11@gmail.com

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