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FIGC - Intralot, la partnership che divide l'Italia

Esponenti della politica, dello sport, delle associazioni e del mondo cattolico uniti contro quello che è parso agli occhi di molti un vero e proprio scandalo.
Il 4 ottobre scorso la FIGC ha presentato, nella Sala Stampa del Centro Tecnico Federale di Coverciano, la partnership con Intralot, brand leader nel mondo del betting e società del gruppo Gamenet, uno dei maggiori concessionari del gioco in Italia, che sarà Premium Sponsor delle Nazionali italiane fino al 2018.
Come si può leggere nella nota apparsa sul sito della Federazione stessa, “la partnership nasce come un progetto culturale fondato su valori autenticamente condivisi, nella convinzione che lo sport sia il modo migliore per parlare a tutti gli italiani e costruire una cultura del gioco consapevole e responsabile”.

Neanche il tempo di annunciare la sponsorizzazione e sulla FIGC è caduta una pioggia di critiche a non finire.
Immediata è stata infatti la reazione dei senatori PD Mirabelli e Vaccari, responsabili della commissione sul gioco legale e illegale, che, definendo quella della FIGC una scelta scellerata, hanno invitato al dietrofront. Accordo scandaloso per il coordinatore dell’intergruppo parlamentare sui temi dell’azzardo Lorenzo Bosco, primo firmatario della proposta di legge.

Sulla scia dell’etica Filippo Torrigiani, coordinatore del gruppo di lavoro sull’azzardo di avviso pubblico e consulente dell’Antimafia, per il quale questa scelta squallida è legata all’atteggiamento di alcuni campioni del mondo calcistico che, per l’ingordigia del guadagno, dedicano tempo ad invogliare gli italiani a giocare all’azzardo. I campioni del calcio, secondo Giovanni Endrizzi, senatore del Movimento 5 Stelle, dovrebbero essere di esempio. Giovanni Paglia, poi, deputato di Sinistra Italiana e componente della Commissione Finanze di Montecitorio, ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere al Go-verno di fermare un’offesa al buon senso, vista la palese distanza fra il messaggio positivo che lo sport deve lanciare e il devastante impatto del gioco d’azzardo e della ludopatia.
E, last but not least, il Sindaco di Cesena Paolo Lucchi ha annunciato la rinuncia alla candidatura della città alla fase finale degli Europei Under 21 del 2019 qualora la FIGC non sciogliesse l’accordo.
Anche lo sport ha fatto sentire la sua voce, e così Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, si è detto preoccupato come genitore, perché le agenzie di scommesse si rivolgono a un pubblico di nativi digitali, le vittime più probabili. Alessandro Altobelli, ex attaccante della Nazionale campione del mondo ’82, ha parlato di una maglia non più azzurra, ma nera per la vergogna. E Francesco Toldo di un messaggio sbagliato: i giovani infatti travisano e si illudono che il guadagno facile passi per la scommessa.


Come non poteva essere altrimenti, durissimo l’attacco delle numerose associazioni, come l’Adoc (Asso-ciazione Difesa Orientamento Consumatori), che si è detta scettica, e la Consulta Nazionale Antiusura e il Cartello “Insieme contro l’Azzardo”, secondo le quali la sponsorizzazione, con la foglia di fico dell’espres-sione gioco responsabile, promuove pubblicamente il marchio di un concessionario dell’azzardo di Stato: non tutti hanno la capacità di discernere il gioco che socializza e l’azzardo che induce alla compulsività, all’accanimento, all’isolamento e non tutti hanno la capacità di discernere il gioco che socializza e l’azzardo che induce alla compulsività, all’accanimento, all’isolamento e alla sete di guadagno facile. Sulla medesima linea “Mettiamoci in gioco”, campagna delle associazioni contro i rischi del gioco di azzardo, che sollevano il dubbio sui dichiarati valori condivisi di FIGC e gioco.
Prepotenza istituzionale dal rischio sociale altissimo è la definizione di Massimo Padula, presidente dell’Aiart. Il Codacons ha poi annunciato un ricorso al Tar finalizzato all’annullamento del contratto e la richiesta al CONI di commissionare la Federazione.
Non poteva di certo esimersi dalla polemica anche la parte cattolica del Belpaese, con a favore le testate di riferimento, come Famiglia Cristiana, che ha recitato duramente “Pecunia non olet!” riferendosi a quel dio denaro che ha influenzato la partnership. Don Mario Lusek, direttore nazionale Cei per la pastorale del Turismo, Sport e Tempo libero, ha parlato di una provocazione sociale: se la sponsorizzata è una delle principali federazioni sportive che tra l’altro dovrebbe aver imparato dal passato la necessità di procedere su sentieri, se non virtuosi, almeno trasparenti, si crea un circuito rischioso a tutti i livelli, soprattutto educativo e preventivo.
Ed ecco che il problema si propaga a più livelli, andando a toccare aspetti politici, etici, educativi, di responsabilità sociale e morali. Sì, morali, perché il moralismo, in questa faccenda, sembra aver giocato un ruolo di prim’ordine. L’atteggiamento moralista, infatti, è tipico di chi è portato a giudicare comportamenti e azioni con quel rigore che innalza i valori morali come preminenti su tutti gli altri.

Ora, sia chiara l’intenzione di non voler banalizzare né tantomeno sottovalutare un cancro sociale, come quello della ludopatia, che affligge intere generazioni e che può generare dipendenza patologica simile alla tossicodipendenza. Ma sembra quasi regnare la demagogia e il falso moralismo. Vogliamo ricordare gli scandali che hanno colpito innumerevoli giocatori quando scommettevano contro le proprie società? O quando i Monopoli di Stato non si sono opposti all’esclusione del calcio dilettantistico dalle scommesse? Il moralismo, in questo caso, è forse stato messo da parte? In questi stessi casi gli esempi negativi lo erano un po’ meno? E il denaro? Il denaro non era di quello che sporca le coscienze?
Non si vuole una risposta a queste domande, palesemente provocatorie e intrise di sarcasmo, ma che siano almeno di stimolo a diverse considerazioni.
Non si vuole nemmeno fare la morale a chi fa la morale, e allora va considerato un altro importante aspetto.
La Federcalcio ha fatto una scelta, sicuramente economica, per niente illegale, sottolineando anche che lo sponsor non sarà presente sulla maglia. Niente di strano, si direbbe, se si buttasse un occhio sul panorama calcistico almeno europeo. La scelta di “betting partner” è stata infatti già annunciata in passato tra la Fédération Française de Football e l’operatore di gioco PMU, e tra la Football Association e Landbrokes. E proprio nel Regno Unito, in un meccanismo che viene definito delle “good causes”, il finanziamento allo sport avviene grazie a un fondo speciale creato proprio con i proventi dei giochi d’azzardo. Inoltre Barcellona, Real Madrid, Leicester, Manchester United, Arsenal, non le ultime nella classifica delle regine del marketing, hanno legato il proprio marchio a quello dei bookmaker, così come in Italia Juventus, Milan, Sampdoria, Genoa, Torino, Fiorentina e Roma; quest’ultima, insieme a Sisal, ha ricreato l’impianto XXV Aprile di via Pietralata, finanziando addirittura un progetto sociale.
E allora quali sono gli oltraggiosi errori commessi dalla FIGC?
Primo. L’Italia è stata marchiata con un segno indelebile dalle vicende del calcioscommesse. Aver pensato che questo paese sia oggi culturalmente pronto ad accettare una “compromissione” della Federazione è stato forse ingenuo, anche se avanguardista.

Secondo. Le dichiarazioni del Direttore Generale della FIGC Michele Uva, che ha definito Intralot un mar-chio con cui la Federazione ha trovato affinità di valori, hanno creato una certa confusione e frustrazione. Non importa se i valori, come affermato da Guglielmo Angelozzi, amministratore delegato del Gruppo Ga-menet, si riferiscono allo spirito di squadra, all’onestà, al rispetto e alla ricerca dell’intelligenza, perché i più hanno preteso da un’istituzione italiana quale è considerata a questo punto la FIGC, la separazione netta di due piani, quello dello sport e quello del gioco, che sembrano inconciliabili.
Terzo. La comunicazione, probabilmente deficitaria in questo caso così delicato, poteva essere rafforzata con la trasparenza. Dire che grazie a questo accordo sarà possibile avviare dei percorsi per dare forza a diversi progetti di utilità sociale e di interesse pubblico, tra cui l’accessibilità diffusa allo sport, il sostegno dei giovani talenti e la lotta contro le varie forme di illegalità che possono colpire il mondo del calcio e del gioco, non è stato sufficiente. Fare degli esempi concreti, anche se non da prassi, avrebbe aiutato quantomeno ad arginare giudizi severi. La fiducia si guadagna solo con la chiarezza.

Coniando i termini calcistici, dunque, il cartellino rosso che ha ricevuto la FIGC potrebbe diventare un’ammonizione se, con il tempo, sarà in grado di dimostrare la bontà di questa partnership. E se sarà altresì capace di sostituire, con la formazione e con la prevenzione, la demonizzazione del sociale tipica del nostro paese.

Veronica Casarin
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