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Ricavi, diritti televisivi ed equilibrio competitivo nel sistema calcio europeo e italiano


Il calcio con il passare del tempo si è trasformato in un’industria multimilionaria. Dagli anni ’50, è diventato un “mercato di massa” come risultato di un processo che lo ha condotto a essere un fenomeno di rilevante importanza economica e sociale. 

Ad oggi, l’industria calcistica costituisce il 3% del commercio mondiale e le assurde cifre che recentemente circolano intorno al mondo del “pallone” lasciano ogni giorno sempre più perplessi. La dimensione professionale della competizione sportiva ha raggiunto un incredibile livello di interesse, non solo meramente sportivo, che permette di creare un immenso giro d’affari. Dall’introduzione delle pay-tv, negli anni ’90, è cambiato il sistema-calcio europeo. 
Non è un caso che i ricavi televisivi siano una delle principali fonti di ricavi nell’industria calcistica, nonostante la ricerca Deloitte “Football Money League” dimostri come i principali club europei, come Real Madrid, Bayern Monaco e Barcelona FC, abbiano incrementato i loro profitti grazie al merchandising e ai ricavi commerciali. In Italia, la situazione è più complicata rispetto agli altri paesi e le problematiche nella distribuzione dei diritti televisivi e la scarsa attrattività del massimo campionato italiano sono solo la punta dell’iceberg. 

All’interno della Serie A, il peso dei ricavi televisivi è ancora troppo superiore a quello dei ricavi del merchandising: rappresentano il 56% del totale, mentre in Inghilterra e Spagna solo il 40%. I top club europei, ad esempio, spendono cifre impensabili nemmeno per il club italiano con il fatturato più alto, la Juventus. Gli affaire Neymar-Mbappè-Dembelé sono soltato le ultime dimostrazioni in ordine cronologico. 

Secondo Michela Pierini, alla base di queste discrepanze economiche ci sono le strutture delle competizioni europee come la UEFA Champions League, poichè la qualificazione o la mancata qualificazione prè obabile possa creare un circolo vizioso. Solo pochi club come Real Madrid, Barcelona FC e Bayern Monaco sono indipendenti dai ricavi della UEFA Champions League. Per esempio, invece, la Roma e la Juventus dipendono da essi rispettivamente per il 21% e il 15% e la mancata qualificazione è facile immaginare quanto possa incidere negativamente. La principale difficoltà delle squadre emergenti del calcio europeo è avviare il “circolo virtuoso”: vittorie sul campo, maggiori fans, maggiori risorse per avere migliori performance e risultati. C’è una forte e bilaterale relazione tra la stabilità economica di una squadra e i risultati sul campo. Infatti, migliori piazzamenti corrispondono a maggiori introiti, che corrispondono a loro volta a un interesse mediatico maggiore, a maggiori fans e maggiore disponibilità, nonché più soldi da investire per avere risultati sempre migliori.

La differenza nella distribuzione dei proventi ricavati dalla vendita dei diritti televisivi influsice sull’equilibrio competitivo di una lega?
Nel 2011 con il decreto Melandri-Gentiloni l’obiettivo era quello di aiutare i club minori garantendo un contratto collettivo in virtù dei contratti milionari sottoscritti da Milan, Inter e Juventus. Tuttavia la situazione è peggiorata, almeno dal punto di vista sportivo. I club che hanno giovato di questa riforma sono stati quelli della fascia media come Roma, Napoli o Lazio. I primi due, in particolare, sono stati in grado di annullare il gap rispetto a squadre come Milan e Inter, considerate di prima fascia. Mentre, la distanza economico-sportiva con i club della fascia si è ampliata, a dimostrazione di come questa riforma dei diritti televisivi non abbia avuto l’effetto desiderato. 

Inoltre, il risultato dell’indice Herfindahl, che tiene in considerazione le squadre che hanno vinto il campionato in un dato lasso di tempo, per misurare la competitività del campionato italiano, dimostra come la competitività della Serie A sia più bassa di quella della Premier League o della Liga, in cui, tra l’altro, è attuato un sistema di redistribuzione dei diritti quasi “duopolistico”. L’obiettivo principale per un nuovo slancio del calcio italiano è quello di rendere appetibile la Serie A all’estero per usufruire di maggiore disponibilità economica oppure aumentare i ricavi dei club riducendo il numero dei partecipanti, con un ritorno anche sulle performance dei calciatori. La differenza dei ricavi televisivi incide ma è la differenza di performance a livello europeo a incidere maggiormente. I club spagnoli, in particolar modo, Real Madrid, Barcelona FC, Siviglia e Atletico Madrid, hanno saputo innescare il “circolo virtuoso” e 18 degli ultimi 30 trofei europei sono finiti in terra iberica. Le recenti riforme della UEFA Champions League vanno in aiuto a squadre italiane come Milan e Inter, da troppo tempo assenti dalla massima competizione europea: l’aggiunta di un ulteriore slot qualificazione all’Italia rappresenta il tentativo di “democratizzare” la geografia del calcio europeo, troppo spesso squilibrato verso Ovest.

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Tratto dal saggio:  "Revenues, television rights and competitiveness in European and Italian Football: a lack of competitive balance?"

di  Agostino Piacquadio

Per avere copia integrale contattare l'autore al seguente indirizzo email: agostinopiacquadio@gmail.com

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