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Analisi comparativa dei maggiori campionati europei: assetti proprietari e modelli di governance

Tesi di Laurea di Andrea Masini
Titolo "Stato di salute del calcio: analisi comparativa dei maggiori campionati europei"
Anno accademico: 2013/14

Capitolo 2 - Assetti proprietari e modelli di governance

Appare naturale pensare che un buon governo e un adeguato controllo del club sia alla base della gestione di esso stesso, specialmente al giorno d'oggi dove i club calcistici hanno assunto una funzione economica e sociale molto più estesa rispetto al passato.
Le società calcistiche stanno gradualmente comprendendo che rispecchiano interessi di vari stakeholders, tra cui i tifosi e le comunità locali; sono queste le motivazioni che stanno portando le società ad assumere modelli di governance che includano la partecipazione di questi soggetti.

Tuttavia non in tutti i maggiori campionati europei viene capito questo modo di pensare ed infatti si hanno considerevoli differenze tra l'approccio adottato in un paese e l'altro (dovuto soprattutto alla diversa concezione relativa alla natura e alla finalità delle società calcistiche), passando così da dove si ha l'azionariato popolare e le società sono in mano ai tifosi (modello aperto di governance) a dove le società sono appannaggio dell'one man business (modello chiuso di governance), da dove il coinvolgimento dei tifosi viene promosso dal basso a dove questo fenomeno viene consigliato dall'alto.

Il primo caso interessante da analizzare è sicuramente quello della Germania. Se ci fosse uno slogan per definire il modello di governance che è generalmente applicato nel paese tedesco sarebbe sicuramente "Il club è dei tifosi". E questo lo è da sempre, perché fin dagli albori le squadre tedesche sono state di proprietà delle associazioni (nella maggior parte polisportive) dei tifosi soci e gestite dai loro rappresentanti democraticamente eletti, con fine ultimo quello dello sviluppo sportivo e della comunità (tant'è che gli utili generati dovevano essere obbligatoriamente reinvestiti nell'organizzazione), ovvero assenza dello scopo di lucro. Ciò non è cambiato nemmeno nel 1998, quando per ragioni commerciali e competitive, la DFL ha autorizzato che le sezioni calcistiche delle polisportive potessero essere integrate in società di capitali esterne, infatti questo ha consentito l'ingresso di investitori privati nel capitale, ma non gli permette di avere il controllo poiché è stato altresì approvato il famoso "Regel 50%+1" in favore dei soci dell'associazione. 

Questa regola permette alle associazioni dei tifosi di mantenere la quota di maggioranza nella società e quindi il controllo di essa (da qui il 50%+1), a meno che non ci siano degli investitori privati con un coinvolgimento di almeno 20 anni nel club, in questo caso essi possono assumere partecipazioni di maggioranza con il consenso dei soci: sono solo due i casi e cioè il Wolfsburg e il Bayer Leverkusen, che sono interamente di proprietà rispettivamente di Volkswagen e di Bayer.

Tale criterio è stato adottato con lo scopo di garantire l'influenza delle associazioni dei tifosi all'interno dei club (il loro ruolo infatti resta determinante nelle decisioni strategiche, e anche se in alcuni club non fanno più parte del consiglio di gestione, la loro presenza rimane determinante nei consigli di sorveglianza) e di evitare uno stravolgimento della competizione sportiva (in poche parole si evita così che un magnate compri la maggioranza di un club e sperperi soldi per acquistare i migliori giocatori per battere la concorrenza).

Questa regola ha portato (se si esclude i casi già ricordati di Wolfsburg e Bayer Leverkusen) una varietà di modelli misti di governance e non si può definire quindi uno schema base di riferimento. Infatti sono presenti sia club dove la proprietà è interamente dell'associazione dei tifosi come il caso dell'Amburgo, sia club dove la maggioranza è dell'associazione dei tifosi, ma sono pur presenti quote minori di investitori privati o sponsor come nel caso del Bayern Monaco (recentemente il club ha ceduto una quota dell'8,33% ad Allianz per 110 milioni di euro, ma già negli anni precedenti erano entrati nel capitale sociale Adidas e Audi, entrambe per una quota dell'8,33%). 

Un caso particolare in Germania riguarda il Borussia Dortmund poiché essa è l'unica società quotata in borsa e di fatti sono tre i suoi azionisti principali (Bernd Geske con l'11,87%, l'associazione dei tifosi con il 7,24% e Odey Asset Management con il 5,06%) che possiedono una quota aggregata del 24,17%, mentre la parte rimanente è flottante libero sul mercato.

Questo criterio risulta quindi un buono strumento per integrare la voce dei tifosi nella visione dei club calcistici, tuttavia in Germania ha avuto successo grazie alla storia delle associazioni sportive, inoltre in più di un caso è stato motivo di accesi dibattiti da parte di investitori stranieri che si sentivano limitati (per esempio questo è il caso di Hasan Ismaik, proprietario del 49% del Monaco 1860, dove più volte si è trovato in acceso contrasto con l'associazione dei tifosi). Simile al caso tedesco è la situazione della Spagna. O meglio, lo era. 

Infatti fino ai primi anni '90 i club spagnoli erano tutti delle associazioni sportive, quindi completamente in mano ai soci tifosi, poi a causa della situazione economica-finanziaria sull'orlo del collasso in cui versavano i club professionistici (negli anni precedenti erano già intervenuti diversi enti pubblici per evitare il fallimento di alcune squadre) il governo spagnolo ha deciso di intervenire obbligando la trasformazione delle associazioni in società di capitali (SAD-Sociedad Anonima Deportiva) a meno che non venissero presentati dei bilanci risanati e che i consigli d'amministrazione si facessero carico patrimonialmente delle perdite della loro gestione. Dopo questa riforma, nella prima divisione spagnola, solo quattro club sono sopravvissuti nella forma di associazione sportiva: Real Madrid, Barcelona, Athletic Club Bilbao e Osasuna. In questi club ogni socio membro ha il diritto di partecipare all'assemblea e vota per le elezioni presidenziali (che di norma si tengono ogni 4 anni), non sembra essere un caso quindi che queste squadre sono quelle che stanno meglio dal punto di vista economico-finanziario.

Gli altri club che invece hanno operato la trasformazione in società non hanno ottenuto il successo sperato, infatti la proprietà di essi riservata a investitori privati e il modello di governance più chiuso e rappresentante solo degli azionisti hanno contribuito ad una gestione poco trasparente e alla lievitazione del livello di indebitamento.

Dopo due decenni passati con questo modello, i tifosi insoddisfatti stanno facendo pressioni per tornare alla gestione associativa precedente e si stanno organizzando in associazioni di azionisti di minoranza o altre iniziative per potere entrare così nei governi societari.

Oggi, tramite l'organo nazionale spagnolo del FASFE, si possono contare importanti associazioni di tifosi come Asociación de Pequeños Accionistas del Real Zaragoza, Asociación de Pequeños Accionistas del Sevilla FC, Asociación Señales de Humo (Atlético Madrid) e Asociación del Pequeño Accionista del Valencia CF.

Per quanto riguarda la Francia le cose sono sostanzialmente diverse.
Qui troviamo quasi esclusivamente il modello chiuso di governance in diretta conseguenza del fatto che i club sono di proprietà di uno o comunque di uno stretto numero di investitori privati. Si hanno quindi consigli d'amministrazione o consigli di sorveglianza che rappresentano esclusivamente il maggiore azionista della società e i suoi interessi.

L'unica eccezione rilevante presente in Francia fino adesso è il Nantes, infatti è l'unica società nella massima serie che è posseduta per una piccola quota dai suoi tifosi tramite l'associazione A la Nantaise, L'Association des Amoureux du FC Nantes, i quali hanno così voce in capitolo sulla gestione del club.

Inoltre, è grazie anche ad essi e alla loro intraprendenza nel promuovere la causa del coinvolgimento attivo dei tifosi nella governance delle società che la politica francese si sta impegnando affinché sempre più club siano governati anche dai tifosi; recentemente, infatti, la Commissione per gli Affari Culturali e l'Istruzione ha presentato all'Assemblea Nazionale un rapporto parlamentare che metteva in luce vantaggi di tale coinvolgimento dei tifosi nella governance dei club di calcio attraverso la partecipazione azionaria al capitale delle società e alla nomina di consiglieri di amministrazione nel board dirigenziale, successivamente il governo francese ha sottolineato, tramite una lettera aperta a Noël le Graët, presidente della Fédération Française de Football (FFF), e a Frédéric Thiriez, presidente della Ligue de Football Professionnel (LFP), la necessità che questo cambiamento avvenga rapidamente per la stabilità dell'intero settore calcio.

Una realtà molto variegata ed eterogenea è sicuramente quella inglese. Tradizionalmente i club inglesi, o più in generale i club britannici, sono posseduti da investitori privati. Inoltre, grazie all'appeal mondiale della Premier League, sempre più investitori stranieri decidono di acquistare la proprietà dei club britannici.

Come si può vedere dalla Tabella 5 infatti ben 11 società dell'attuale Premier League su 20 sono in mano a investitori stranieri con una quota di maggioranza, se poi si analizza tutti gli investitori stranieri con quote societarie pari ad almeno il 10% si vede che sono 13 le società dove c'è almeno un'azionista straniero (nei club dello Swansea e del West Ham sono presenti rispettivamente un investitore sudafricano, con una quota del 20%, e un fondo istituzionale islandese, con il 10%).
Tuttavia, come si è visto nel primo capitolo, la Premier League è il campionato che ha i costi maggiori e di conseguenza il maggior indebitamento, ciò ha causato a più di 50 club una situazione economica molto critica che in diversi casi ha portato al fallimento delle società stesse (per esempio il Portsmouth, il Leeds, lo Swansea). Queste dinamiche hanno influenzato i tifosi di molte squadre ad acquisire quote dei club stessi per far sì che la gestione sia trasparente, che la crescita sportiva ed economica sia equilibrata, che ci sia un coinvolgimento della comunità locale; sono nati così i trust (associazioni) dei tifosi.

In molti casi questi supporters trust non possiedono quote societarie, ma intrattengono dialoghi con i proprietari dei club e di fatto contribuiscono al governo societario; sono questi i casi del Chelsea Supporters' Trust e del Cardiff City Supporters' Trust per esempio. Tuttavia ci sono molti altri club dove i supporters trust sono presenti all'interno della compagine azionaria della società, detenendo anche quote importanti, influenzando dall'interno così la gestione societaria. Di quest'ultima fattispecie sono molti e variegati gli esempi: si va dalla piccola partecipazione azionaria dell'Arsenal Supporters Trust alle consistenti quote detenute dallo Swansea City Supporters Trust, dal The United Trust (Carlisle United) o ancora dallo York City Supporters' Trust, fino ad arrivare alle partecipazioni di maggioranza del Pompey Supporters' Trust (Portsmouth), del Wimbledon Football Club Supporters' Society e del Wycombe Wanderers Trust.
Molto significativo è il caso dello Swansea: nel 2001 è sull'orlo del fallimento, ma grazie all'impegno di investitori locali, della comunità e, soprattutto, del trust dei tifosi (i quali detengono una quota del 20% all'interno della società) e puntando ad uno sviluppo sano ed equilibrato riesce a salire dalla League Two (quarta serie inglese) alla Premier League, andando a vincere persino la Coppa di Lega nella passata stagione. In questo piccolo miracolo sportivo il sostegno del trust dei tifosi ha rappresentato un punto cardine, inoltre lo Swansea ad oggi è l'unica società in Premier League dove è presente un sostenitore eletto dal trust stesso con la funzione di amministratore della società (tutti i membri del trust, che sono più di 15000, hanno il diritto di votare per le elezioni interne che consentono la nomina dell'amministratore e, soprattutto, possono farsi eleggere).

Infine, analizzando il calcio italiano, si può vedere come esso presenti alcune similitudini con quello britannico.
Innanzitutto si nota come anche in Italia i club calcistici sono praticamente da sempre proprietà di investitori privati; quasi sempre la grande maggioranza delle quote societarie sono detenute da un investitore solo, quindi i consigli d'amministrazione o di sorveglianza sono di suo totale appannaggio. Sono infatti inesistenti i modelli di governance che prevedono un coinvolgimento, nel consiglio d'amministrazione, di esponenti delle comunità esterne alle compagini azionarie: l'unico tentativo avvenuto in Serie A è quello compiuto dalla Fiorentina, la quale aveva autonomamente inserito nel consiglio d'amministrazione, in qualità di invitati permanenti, l'ex-vicesindaco (ora Sindaco) di Firenze con delega allo Sport Dario Nardella e il presidente del Consiglio comunale e del Coni provinciale Eugenio Giani.

In secondo luogo si può vedere come in Italia, al pari dell'Inghilterra, molti club professionistici nel giro degli ultimi anni sono falliti a causa di una situazione debitoria sfuggita di mano e di una gestione poco trasparente, tra questi si trovano sia società importanti come Fiorentina, Napoli, Torino e Parma, sia società che sono fallite più di una volta nel giro di pochi anni come l'Ancona (nel 2004 e nel 2010). E così per far risorgere dal fallimento molte società, i tifosi si organizzano in associazioni (o trust) e acquistano una quota della società per influenzare concretamente la sua gestione.

In questi ultimi anni sono nate per esempio il Mantova United (associazione che detiene il 25% del capitale del Mantova FC), la Fondazione Taras 706 a.C. (associazione che conta più di 1200 soci e detiene il 17,5% del Taranto FC 1927), l'Associazione Sosteniamolancona (golden share nell'US Ancona 1905 che attribuisce la nomina di due amministratori nel cda e poteri su alcune tematiche strategiche) e diverse altre associazioni e cooperative. Tuttavia l'azionariato popolare è ancora ad uno stato embrionale in Italia e nasce dal basso, dove i tifosi di piccole realtà sono stanchi di vedere il proprio club mal gestito; gli input dall'alto sono rari anche se in questo senso qualcosa si muove, infatti negli ultimi tempi la Lega Pro ha intrapreso un'iniziativa per favorire la conoscenza e i vantaggi dell'azionariato popolare per sventare l'ombra del fallimento.

Come si è detto in precedenza, nella Serie A i club sono proprietà di investitori privati, tuttavia anche qui si assiste gradualmente a qualche iniziativa dei tifosi: c'è il caso della Roma, dove c'è l'associazione MyROMA-AS Roma Supporters Trust che raduna tutti i piccoli azionisti giallorossi e li rappresenta nell'assemblea dei soci; c'è la realtà veronese con la cooperativa Verona col Cuore (che riunisce più di 2000 tifosi), la quale sta collaborando con il presidente dell'Hellas Martinelli per acquistare delle quote societarie e per occuparsi di alcune scelte gestorie; infine c'è pure il caso dell'Azionariato Toromio, che raduna i tifosi granata del Torino e si è prefissato di entrare nel capitale sociale del club.

In conclusione l'azionariato popolare, che oggi in Italia è visto più che altro come una soluzione per ripartire dopo un fallimento, può essere (specialmente in anni di crisi come questi) un utile strumento di governo dei club che apporta anche notevoli benefici come il rafforzamento del radicamento territoriale del club e lo sviluppo di politiche integrate sul territorio, il moltiplicarsi delle iniziative di responsabilità sociale, la costituzione di politiche gestionali a lungo termine, l'incremento della responsabilizzazione e della fidelizzazione dei tifosi.

Andrea Masini 
andreamaso11@gmail.com

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