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Formula Uno: sicurezza davvero, senza ipocrisie


L'incidente che ha coinvolto il meccanico Ferrari al secondo pit stop di ieri nel corso del Gran Premio del Bahrain si presta ad alcune importanti riflessioni.
Dopo l'incidente della Minardi di Alboreto in quel disgraziatissimo Gran Premio di San Marino a Imola del 1° maggio 1994, venne introdotto il limite di velocità nei box per diminuire un rischio per gli addetti ai lavori in pit lane diventato folle, con vetture che sfrecciavano in corsia box ad oltre duecento all'ora. Limitare la velocità nei box allora risolse il problema, perchè i pit stop, che prevedevano anche il rifornimento, non erano ancora giunti al livello di parossismo attuale, dove cambiare quattro gomme in tre secondi è ritenuto un tempo lento.
Aboliti poi i rifornimenti, perchè anch'essi pericolosi, il cambio gomme si è sempre più velocizzato e si è così tornati, data la frenesia attuale, al livello di pericolosità di quell'epoca.

La dirigenza della Formula Uno introduce una cosa del tutto inutile come l'Halo, invocando la sicurezza, ma poi rimane inerme di fronte a fatti ben più gravi come quello di ieri. Non è ammissibile che sia un congegno elettronico a stabilire quando una vettura più ripartire, mettendo a rischio la vita dei meccanici. Che questo sistema, introdotto per guadagnare pochi centesimi di secondo nella frenesia sopra descritta, era fallace lo aveva già dimostrato l'incidente di Massa a Singapore nel 2008 che, tra l'altro costò al pilota della Ferrari il titolo mondiale. Ieri ha rischiato di uccidere una persona, fatto ben più grave della perdita di un titolo sportivo.



I nuovi proprietari americani, che tanto vogliono ispirarsi alle cose di casa loro nel gestire la Formula Uno, non guardino solo alle “baracconate” ma anche alle cose serie dei campionati americani. Il pit stop in Formula Uno è stata una idea copiata dalle corse tipo Indianapolis, con una sostanziale differenza: che per il cambio gomme e il rifornimento in America possono intervenire solo un numero limitato di meccanici, con il risultato che tutta l'operazione ha tempi umani e sostenibili e non assurdi come i pit stop della Formula Uno, dove sono impegnati una quindicina e più di uomini.
Un tempo nei Gran Premi la regola era “chi si ferma è perduto”, ora dobbiamo acccettare l'idea che i tempi cambiano e non possibile tornare indietro, perchè motivazione tecniche precise lo impediscono. però niente impedisce di rendere tutta l'operazione meno parossistica e pericolosa, in modo tale da renderla magari anche meno conveniente nella strategia di gara. Solo sei meccanici chiamati ad intervenire sulla vettura e con un tempo minimo imposto per la sosta renderebbero il tutto più umano, oltre al divieto di certi congegni elettronici c.d. “intelligenti” che, come sempre invece si rivelano più stupidi che mai.

Avv. Rodolfo Intelisano

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