Novak Djokovic lascia la Professional Tennis Players Association che aveva contribuito a fondare


Novak Djokovic ha annunciato il proprio addio alla Professional Tennis Players Association (PTPA), l’associazione giocatori che lui stesso aveva cofondato nel 2021 insieme a Vasek Pospisil. La decisione arriva dopo oltre quattro anni in cui il progetto, nato con l’obiettivo di rafforzare la voce dei tennisti nelle dinamiche di governance del tennis professionistico, ha progressivamente incontrato tensioni, divisioni e difficoltà operative.

Attraverso una serie di dichiarazioni pubbliche, Djokovic ha spiegato di essersi dimesso a causa di “preoccupazioni persistenti riguardanti trasparenza, governance e il modo in cui la mia voce e la mia immagine sono state rappresentate”. Il campione serbo, vincitore di 24 titoli del Grande Slam, pone così fine al proprio coinvolgimento diretto nel sindacato dei giocatori appena una settimana prima dell’inizio degli Australian Open 2026, in programma il 12 gennaio.

Una visione ambiziosa che si è trasformata in conflitto

La nascita della PTPA aveva segnato un momento di rottura nei rapporti tra atleti e organismi istituzionali del tennis, in particolare ATP e WTA. L’associazione si è fatta promotrice di battaglie per maggiori tutele e diritti per i giocatori, arrivando anche a intraprendere azioni legali nei confronti dei principali enti del tennis professionistico.

Proprio queste azioni legali hanno però generato un forte stress reputazionale e una crescente esposizione mediatica per Djokovic, che ha scelto di non figurare formalmente tra i querelanti per non accentuare ulteriormente l’attenzione personale sul caso. Nonostante ciò, il numero uno serbo ha continuato a rappresentare, nell’immaginario collettivo, il volto pubblico della PTPA.

Con il passare dei mesi, Djokovic ha dichiarato di non condividere alcune parti della strategia legale e di non ritenere che l’associazione stia ottenendo “una voce reale al tavolo dove vengono prese le decisioni”, lasciando intendere una certa distanza rispetto alla direzione intrapresa dal management guidato da Ahmad Nassar.

La dichiarazione di Djokovic: un capitolo che si chiude

“Sono orgoglioso della visione che Vasek e io abbiamo condiviso quando abbiamo fondato la PTPA, dando ai giocatori una voce indipendente più forte. Tuttavia, è diventato chiaro che i miei valori e il mio approccio non sono più allineati con la direzione attuale dell’organizzazione. Continuerò a concentrarmi sul tennis, sulla mia famiglia e a contribuire allo sport in modi che rispecchino i miei principi e la mia integrità. Per me, questo capitolo è chiuso.”

La decisione rappresenta un momento cruciale per la PTPA, che perde la sua figura simbolo proprio mentre prosegue il contenzioso legale aperto con ATP, WTA e alcuni dei principali tornei del Grande Slam.

La replica della PTPA

In un comunicato ufficiale, l’associazione ha denunciato “narrazioni inaccurate e fuorvianti” derivanti dal contesto legale in corso, affermando di essere stata vittima di “una campagna coordinata di diffamazione e intimidazione dei testimoni”. Pur senza citare direttamente Djokovic, il riferimento al fenomeno mediatico che circonda l’organizzazione appare evidente.

La PTPA ha inoltre ribadito la propria disponibilità a confrontarsi con i giocatori su qualunque tema, segnalando la volontà di non alimentare ulteriori tensioni pubbliche.

Un’eredità complessa per il futuro del tennis

L’uscita di scena di Djokovic apre ora interrogativi sul futuro della rappresentanza dei giocatori nel tennis professionistico. La PTPA dovrà dimostrare di poter continuare a operare come soggetto indipendente e credibile anche senza la guida simbolica del suo fondatore più influente.

Per Djokovic, invece, questa scelta rappresenta una ridefinizione delle priorità: focus sul campo, sulla famiglia e su forme alternative di contributo allo sviluppo dello sport. Un epilogo ben diverso rispetto alla sua carriera agonistica, che lo ha consacrato come uno dei tennisti più dominanti di sempre.

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